Itinerari: Un personaggio per ogni Comune

Un personaggio per ogni Comune A SPASSO TRA LUOGHI E PERSONAGGI DEI TERRITORI DI FORLÌ E DI CESENA
…fatevi accompagnare – nel girovagare per luoghi, borghi, contrade del cuore della Romagna - dalle memorie di personaggi noti e meno noti che hanno lasciato una qualche traccia di sé in questo territorio… Scoprirete che la Romagna è stata letteralmente attraversata dalla Storia, quella grande ma anche quella minore, dimenticata da biografi e manuali scolastici…

La Romagna “Terra di Roma”, i Malatesta, i Conti Guidi, la Romagna fiorentina, la Romagna papalina, il Ventennio…i lasciti monumentali, storici, artistici, etnografici e di costume sono infiniti, una miniera sbalorditiva di curiosità, notizie e memorie
 
Potrete spaziare tra i 26 Comuni del circuito della Strada dei Vini e dei Sapori, immaginando itinerari che coinvolgono ben 40 Personaggi della storia della cultura e dell’arte dei territori di Forlì e Cesena: voli pindarici di secolo in secolo, di paese in paese dal sudest al nordovest, focalizzando almeno un personaggio (a volte due) per ogni cittadina, e trovando rimandi per approfondire conoscenze ed esperienze di visita….
Caio Giulio Cesare è uno dei personaggi più famosi della storia: fu militare, console, dittatore, oratore e scrittore. La sue vicende sono ben note per avuto un ruolo cruciale nella transizione da periodo repubblicano e quello imperiale. E’ altresì considerato il primo dittatore di Roma. Caio Giulio Cesare nacque a Roma nel 100 a.C. Faceva parte dell'antichissima e nobile "gens Julia", discendente da Julo, figlio di Enea e, secondo il mito, a sua volta figlio della dea Venere.
Le vicende che lo legano alla Romagna sono sostanzialmente legate all’attraversamento del fiume Rubicone la notte del 10 gennaio del 49 a.C.. Il fiume segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e il territorio di  Roma e come tale non poteva essere attraversato in armi. Questo, in breve, l’antefatto. Dopo avere riportato importanti vittorie militari e avere sottomesso gli Iberici, intorno al 60 a.C. Cesare, insieme a Crasso e a Pompeo, stringeva un importante sodalizio politico conosciuto con il nome di "Primo Triumvirato". Nello stesso periodo ottenne il consolato della Gallia. Accanto alle imprese militari, Cesare stava organizzando intorno a sé un fedele esercito personale, che, tra l’altro gli avrebbe offerto, insieme alla fedeltà,  imperitura fama. La campagna militare, cominciata nel 58 a.C. e conclusa nel 51 a.C., fu minuziosamente - e magnificamente - narrata dallo stesso Cesare nei suoi Commentari (il celebre "De bello gallico").  Morto Crasso, del 53 a.C., il triumvirato si sciolse e Pompeo assunse pieni poteri.  All’inizio del 49 a.C., Cesare, sfidando Pompeo che avrebbe preteso la rinuncia all’esercito e il rinetro da semplice cittadino a Roma, prese la difficile decisione di attraversare in armi il Rubicone, fiume che delimitava allora l'area geografica che doveva essere interdetta alle legioni (fu in questa occasione che pronunciò la famosa frase: "Alea iacta est", ovvero "il dado è tratto"). Il passo di Cesare, come noto, rappresentava una strada senza ritorno: la guerra civile (49 al 45 a.C.), ci viene tramandata dallo stesso Cesare nel "De bello civili". Varcato dunque il Rubicone, Cesare marciò su Roma. Il senato si affrettò a proclamarlo dittatore, carica che mantenne fino all'anno seguente, quando gli fu affidato il consolato. Pompeo fu sconfitto a Farsalo, nel 48 a.C., in una battaglia ritenuta il capolavoro militare di Cesare. Nel 45, Cesare fece solenne ingresso nell'Urbe, celebrando il suo quinto trionfo. Da quel momento in poi Cesare detenne il potere come un sovrano assoluto con il titolo di imperator (comandante generale delle forze armate) nel 45 a.C. , un potere di fatto dittatoriale, cui associò come magister equitum l'emergente Marco Antonio. 
Sembra che Cesare fosse venerato come un dio sotto il nome di Jupiter- Iulius.
I malumori contro un personaggio di così grandi capacità e ambizioni, in Roma, non si erano mai sopiti e negli ambienti più tradizionalisti e nostalgici dei vecchi ordinamenti repubblicani fu ordita una congiura contro di lui, guidata dai senatori Cassio e Bruto, che lo assassinarono il 15 marzo del 44 a.C. (passate alla storia come le "Idi di marzo").
Tra gli innumerevoli ritratti che di lui ci sono stati conservati, due sono particolarmente significativi, ossia quello relativo al suo aspetto fisico, tracciato da Svetonio (nelle "Vite dei Cesari"), e quello morale, tracciato dal suo grande avversario Cicerone in un passo della seconda "Filippica". Ecco quello di Svetonio: "Cesare era di alta statura, aveva una carnagione chiara, florida salute[...] Nella cura del corpo fu alquanto meticoloso al punto che non solo si tagliava i capelli e si radeva con diligenza, ma addirittura si depilava, cosa che alcuni gli rimproveravano. Sopportava malissimo il difetto della calvizie per la quale spesso fu offeso e deriso. Per questo si era abituato a tirare giù dalla cima del capo i pochi capelli[...] Dicono che fosse ricercato anche nel vestire: usava infatti un laticlavio frangiato fino alle mani e si cingeva sempre al di sopra di esso con una cintura assai lenta".
Non meno incisivo quello di Cicerone: "Egli ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività, prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi, anche se fatali per lo stato. Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l'aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l'era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato ad una città, ch'era stata libera, l'abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione".
Giulio Cesare in Romagna viene ricordato in diversi luoghi: a Ravenna, in cui secondo le fonti lo si ritrova per rinserrare le file del suo esercito (la XIII Legio Gemina), per muoversi verso sud e attraversare il fiume Rubicone, e poi a Rimini dove incoraggiò i suoi uomini per muovere e marciare su Roma. Proprio a Rimini Benito Mussolini, per ricordarlo, donò alla città una statua, copia di quella del Campidoglio di Roma, ora presso la locale Caserma Giulio Cesare (quella che si vede in Piazza Tre Martiri è una copia di quella donata dal Duce).
Tra queste due città, Ravenna e Rimini, scorre il famoso Rubicone. Sul riconoscimento del suo corso, a onor del vero, sono ancora vive una serie di dispute locali. Nel 1933 la cittadina di Savignano di Romagna, su interessamento della locale Accademia dei Filopadridi, chiese ed ottenne dal Duce di poter vedere mutato il proprio nome in Savignano sul Rubicone, cosa che naturalmente non sarebbe tuttavia bastata a sopire le polemiche con le vicine città. A Savignano di quel fatto e di quel tempo remoto restano il ponte romano (ma di età successiva, ovvero augustea, e ricostruito dopo che il 29 settembre 1944 i Tedeschi in ritirata lo avevano minato)e da meno tempo una statua che celebra, su uno dei capi del ponte la figura di Giulio Cesare (corredate dalle lettere S.P.Q.S., contestualizzazione locale del famoso acronimo S.P.Q.R. che in tal caso si identifica con la storica città di Savignano). Più a nord, verso Cesena, un ponte lungo la via Emilia (ponte San Lazzaro), annuncia che si sta scavalcando ancora il Rubicone (che evidentemente non è lo stesso che si vede a Savignano). Poco distante, in frazione Calisese, si narra della leggenda della “Malanotte”.
Si dice, infatti, che lungo il fiume “Urgòn” (corruzione locale del nome “Rubicone”), Cesare avesse combattuto con i suoi fidi uomini contro i Romani e che qui fosse stato ferito e lasciato a morire un ufficiale, che trovò la morte dopo una lunga agonìa.
Scoperto il corpo dello sfortunato uomo, gli abitanti del posto decisero di dargli degna sepoltura, in un sarcofago che venne interrato, lì, dove l’uomo era stato trovato.
Il secolo scorso, un abitante di queste terre, tale, Malanotte, rinvenne la sepoltura che fu profanata. Il sonno eterno del povero ufficiale era stato disturbato. Si narra che il contadino non ebbe pace sin tanto che non decise di ricomporre la sepoltura così come l’aveva trovata.
Più a monte, nel territorio di Sogliano al Rubicone (che in questo caso il Comune si diede in autonomia nel XIX secolo), la questione rubiconiana si risolve. Le sorgenti (sarebbe più corretto parlare di un complesso di surgive) da cui scaturiscono le acque del Rubicone ( o dei Rubiconi), nascono tutte in questo territorio, nella zona di Strigara, il cui toponimo, rimanda proprio ad un territorio “extra Gallia”, cioè fuori dalla Gallia Cisalpina, a confermare che il Rubicone come luogo di confine passava da queste terre.
Infine, anche a valle, ovvero nella zona della foce, tutto torna a ricomporsi: i fiumi Pisciatello e Fiumicino (Rubicone), si uniscono per gettarsi nella acque dell’Adriatico all’altezza di Savignano Mare. Sul ponte vicino alla foce un busto ricorda ancora una volta Gaio Giulio Cesare.
 
 
Nel 1879 don Francesco Renzi, parroco di S.Giovanni in Galilea in Comune di Borghi , fondò il museo a lui intitolato, che è la principale istituzione culturale del comune di Borghi, oggi stupendamente ristrutturato e rilanciato.  Don Renzi, assieme a don Anacleto e don Eugenio Berardi, suoi nipoti, raccolse e catalogò una discreta parte dei reperti archeologici attualmente esposti e riunì in un'unica biblioteca l'archivio amministrativo e l'archivio notarile dell'antica comunità di S.Giovanni. Il 15 Ottobre 1882 don Francesco fondò un osservatorio meteorologico (oggi purtroppo non più esistente) che si teneva in costante corrispondenza con l'Ufficio Centrale di Meteorologia di Roma e con l’Osservatorio di Moncalieri. Il museo fu visitato da molti esponenti della cultura dell'epoca, compreso Giovanni Pascoli, che il 10 Maggio 1895, molto emozionato scrisse sull'album dei visitatori:
"Più bello il fiore cui la notte estiva/ lascia una stilla dove il sol si frange/ più bello il bacio che d'un raggio avviva/ occhio che piange!
Io son venuto quassù, in questo asilo di pace in un'ora così gioconda della mia vita che non potevo stare un due minuti senza piangere. Così è la vita! Pure ho avuto tempo e agio di ammirare tante belle e buone cose fatte e compiute con tanta gentile sollecitudine, con tanta amorosa sapienza! Grazie tre buone anime solitarie che mi avete ospitato e guidato."
Lontano dalla grandezza dei propri predecessori - grandi mecenati di straordinari e immortali documenti  di grandezza e meraviglia, come nel caso della Biblioteca Malatestiana di Cesena (commissionata da Malatesta Novello e del Tempio Malatestiano voluto da Sigismondo Pandolfo Malatesta) - il discusso e discutibile Ramberto, al pari tuttavia dei feroci suoi predecessori di dantesca memoria, è stato recentemente oggetto di indagini e studi che lo hanno in parte riscattato dalle colpe. Nato a Sogliano al Rubicone nel 1475 da Carlo I Malatesta e da Pierina di Talamello, venne affidato alle cure  e agli insegnamenti presso la corte di Urbino prima e presso la Repubblica di Firenze nell’età di Lorenzo il Magnifico. Ebbe pertanto modo di frequentare l’Accademia Neoplatonica di Marsilio Ficino apprendendo nozioni di filosofia, cabala, astrologia e magia; frequentò così anche Pico della Mirandola, Angelo Poliziano e Pietro Bembo, avvicinandosi ai figli di Lorenzo il Magnifico. Ammogliato con Maria dei Fois, nobile di origine genovese, si era invaghito di una giovane bella, ma non nobile fanciulla: Angelina Roberti. Per disfarsi della moglie arrivò a rinchiuderla nella Rocca di Tornano e poi ad ucciderla. L’orribile ed imperdonabile gesto gli valse la scomunica da parte di Papa Giulio II che , tra l’altro, gli confiscò i beni dei quali rientrò in possesso solo grazie al salvifico intervento del fratello Malatesta detto “Il Guerriero”, capitano di ventura. In seguito a queste peripezie, o forse per la vecchiaia che avrebbe calmato il suo animoso temperamento, Ramberto decise da quel momento di dedicarsi più compiutamente a passatempi più edificanti come la filosofia e l’astrologia. Muore nel 1532 nella Rocca di Sogliano e viene sepolto a Villa Verucchio presso il convento dei frati francescani. Ci piace immaginarlo ancora nella Rocca di San Giovanni in Galilea a scrutare il cielo per i suoi pronostici. Presso il locale e ammodernato Museo Renzi di San Giovanni in Galilea gli è stata dedicata una piccola sala e eterno ricordo dei suoi studi e dei suoi interessi. 
Agostino Venanzio Reali nacque nel 1931 nel minuscolo paesino di Montetiffi (oggi frazione del Comune di Sogliano al Rubicone), nelle colline del Rubicone, illuminato dalla presenza dall’antica e straordinaria Abbazia di San Leonardo, recuperata al tempo e oggi visitabile e intorno alla quale si raccoglie il paesino, che da una posizione di privilegio consente di godere di panorami che spaziano sul vicino Montefeltro e fino alla costa adriatica. Possiamo immaginare che il silenzio e la bellezza di questi luoghi abbiano incoraggiato padre Venanzio, che fu poeta, pittore e scultore, ad abbracciare la fede. Nel 1983 dà alle stampe una serie di opere poetiche che coprono circa un decennio della sua esistenza: la prima è la trasposizione poetica dall’ebraico del Cantico dei Cantici , nel 1986 viene pubblicata Musica, Anima, Silenzio. Velleità di un omaggio a Emily Dickinson; nel 1987 esce Vetrate d’Alabastro ( confessioni e preghiere); del 1988 è Bozzetti per Creature. Postuma è l’antologia Nostoi: i sentieri dei ritorni. L’elemento accomunante delle liriche di Venanzio Reali è il tema della speranza che trionfa sempre sui drammi della storia e della vita e che viene sempre confortata dalla forza delle a sua fede. Il riconoscimento della grandezza della poesia di Venanzio Reali da parte della critica oggi è unanime.  Annualmente il Comune di Sogliano gli dedica un premio riservato ad aspiranti poeti. Dal 2004 è possibile conoscere il mondo di questo grande uomo attraverso le sale della canonica dell’Abbazia di San Leonardo a Montetiffi in cui si trovano i suoi scritti e le sue sculture.
Le donne del mio paese
Le donne del mio paese
le ricordo contro nubi mugnaie:
La Cisa  di gazze nel vento,
la Pina di resine al sole,
l’Elsa che rideva purpurea
nella mite gazzarra
delle ciocche corvine, e la Pia che, sorriso
appena,
disparve colomba di passo,
sereni occhi, aquilone
caduto sotto l’orizzonte. Altri cieli vi
contemplano,
donne del mio paese!
e anche l’aria dimentica il grido
nella nostra caduta infanzia.
Nel 1566 Montiano, con l’aiuto di Papa Pio V, è nuovamente proprietà dei Malatesta del ramo di Sogliano.
Giacomo Malatesta, che nel 1570 ebbe il titolo di marchese di Roncofreddo e Montiano e di conte di Montecodruzzo, dà lustro al feudo tanto che in quel tempo Montiano è censito come “ il più bel colle della Romagna essendo il suo territorio pieno d’ulivi, vini, frutti bellissimi a guisa di vasto giardino al centro del quale il feudatario possedeva comodissima abitazione ”. La Rocca Malatestiana di Montiano a forma di cuore, sovrasta e riempie il piccolo borgo. Dall’esterno le alte mura nascondono l’eleganza dell’interno conferendo al manufatto un’aria poderosa, imponente. Residenza della famiglia Malatesta per volontà di Carlo Felice, la parte più consistente della costruzione risale al  XVI secolo, mentre le prime vestigia sono certamente del IX sec. Le possenti mura testimoniano l’importanza strategica della rocca, antico confine tra Cesena e Rimini lungamente conteso. All’epoca del suo maggior splendore possedeva eleganti mura merlate, grandi sale finemente dipinte, spaziosi saloni preziosamente affrescati, una chiesa, capaci cantine e un ampio giardino. Fortemente danneggiata durante l’ultima guerra, in parte abbattuta per evitare ulteriori crolli pericolosi, recenti restauri hanno ridonato antico splendore alle mura e ai bastioni che sovrastano l’antica Piazza Maggiore, secondo l’originario disegno storico e architettonico, utilizzando materiali tipici del territorio. La chiesa conventuale oggi sconsacrata, è adibita a centro culturale polivalente. Eretta nel 1613 a fianco del complesso dei Frati Minori Francescani, fu costruita qualche anno dopo il convento per ospitare in modo più consono l’immagine sacra del SS. Crocifisso, trasportata in loco dalla celletta posta nel fondo Donegato, perché ritenuta miracolosa. Nella chiesa fu sepolta Margherita Thiene moglie di Carlo Felice Malatesta e il figlio Leonida, ultimo erede dei Malatesta di Roncofreddo. Il Centro ospita gran parte delle proprietà comunali d’arte di Montiano.
Verso i sette anni misi assieme dei soldi e comprai due cose: una bicicletta e il dizionario Melzi, in due volumi, un repertorio ricco di immagini da dove mi divertivo ricopiare, a mano libera, le tavole illustrative dei personaggi e guardavo con attenzione le riproduzioni delle opere di Masaccio, Michelangelo, Leonardo e altri grandi maestri del passato; passavo gran parte del tempo a riempire dei foglietti – tantissimi – di disegni, tutto quello che trovavo lo disegnavo. Disegnare era una necessità che ancora oggi, a distanza di tanti anni, sento fortissima
Ilario Fioravanti (Cesena 1922- Savignano sul Rubicone 2012) descrive così, gli inizi di quella che sarebbe stata un’attrazione irresistibile per il disegno e l’arte. Diplomatosi all’Istituto di Ragioneria avrebbe ben presto abbandonato un mestiere che non sentiva per nulla appartenergli. Si iscrisse alle scuole serali per conseguire il diploma presso l’Istituto d’arte e poi alla Facoltà di Architettura. Nel periodo universitario aprì uno studio condiviso con l’amico e artista Giovanni Cappelli e al compianto (scomparso anche lui nel 2012) pittore Alberto Sughi di Cesena. L’architettura, mestiere condotto per anni con grande successo, fu per lui di grande stimolo, considerata come la madre di tutte le arti. Nel frattempo continuava a dedicarsi al disegno. A partire dagli anni Sessanta cominciava a dedicarsi con impegno alla scultura, in terracotta, che fu  il materiale privilegiato per creare. La prima mostra fu organizzata a Milano per interessamento di Giovanni Testori che ne fu anche il curatore; da allora ne seguirono molte altre, compresa quella a Longiano, presso la Fondazione Tito Balestra, in cui l’artista fu notato da Vittorio Sgarbi. Ilario Fioravanti ha lasciato molte opere nel territorio: dalle architetture (si tratta soprattutto di edifici sacri) alle sculture. Presso la Fondazione Balestra (che custodisce numerose opere di grafica dell’artista) e fuori dal Castello, sulla Corte, è possibile ammirare la Ragazzina sulle Mura, in un perfetto dialogo con il territorio. Nella sottostante chiesa barocca di S.Giuseppe Nuovo, sede del locale Museo di Arte Sacra, si conserva una delle opere più emozionanti dell’artista: il Compianto (1985) che insieme all’Annunciazione sono tra i lavori in terracotta più straordinari della sua produzione. A Roncofreddo la Medea, di bronzo, sembra voler dialogare con l’ospite fin qui arrivato. A Sorrivoli, deliziosa frazione del Comune di Roncofreddo in cui è la Casa dell’Upupa, casa d’artista, che dopo la scomparsa di Fioravanti, continua ad organizzare incontri dedicati alla cultura e all’arte, è Saffo scultura di bronzo seduta sul muretto che fa da limite ad un paesaggio mozzafiato della valle del Rubicone, fino alla stradina che conduce al castello dove si impone al visitatore una grande colonna in bronzo dedicata ai burattini che qui ogni anno vengono celebrati in un collaudato festival. Infine, a Savignano sul Rubicone presso il Parco Don Riccardo Cesari, adiacente alla via Emilia, l’opera in bronzo “L’Attesa”, ricorda l’attività dei partigiani in questo territorio durante la seconda guerra mondiale.
La figura di maggior spicco della località di Longiano, Bandiera Arancione del Touring Club italiano e meraviglioso borgo medievale delle colline romagnole, è certamente Tito Balestra, scrittore e poeta del Novecento italiano. Tito vi nacque nel 1923 e vi rimase fino al 1946 per poi trasferirsi a Roma, vincitore di una borsa di studio. Nella capitale si aprirono al poeta nuovi orizzonti ed entrò in contatto con artisti con i quali intrattenne proficue collaborazioni e un’intensa passione per l’arte da cui scaturì una collezione importante di opere di grafica e dipinti che costituì il primo nucleo  di un progetto di più ampio respiro a seguito della donazione delle opere da parte vedova Anna de Agazio, dopo la prematurta scomparsa di Tito. Nasce nel 1989 la Fondazione Balestra che ha tra i propri obiettivi anche quello di divulgare la cultura letteraria e artistica del Novecento, nonché l’ampliamento della collezione che ora è giunta ad oltre 2300 opere. Una visita a questo museo consente un tuffo nella Roma degli anni ’50 e ’60, con i suoi protagonisti. Attualmente due sale del museo sono dedicate a Tito: qui è possibile riappropriarsi delle sue passioni, delle sue lettere, degli scambi culturali intercorsi tra i maggiori protagonisti della letteratura dell’epoca: editori, artisti, scrittori. La sala aperta nel 2006 presso la loggetta dove lo sguardo liberamente spazia sui colli circostanti, racconta Tito attraverso una nutrita serie di fotografie che lo ritraggono tra i protagonisti di quell’epoca e tra essi il fidato amico Mino Maccari, instancabile movimentatore culturale e raffinato interprete dei vizi e delle virtù dell’Italia e degli Italiani dal periodo fascista al secondo dopoguerra. Tito fu una voce sensibile e colta; tra le sue raccolte poetiche si ricordano: Quiproquo (Garzanti, Milano, 1974), Le gambe del Serpente (L’Arco, Roma, 1975), Oggetto: la via Emilia (L’Arco, Roma, 1976), Poesie di Liestal (Scheiwiller, Miano, 1976), La Cena, (Edizioni La Gradiva, Roma, 1977), Se hai una montagna di neve tienila all’ombra (L’Arco, Roma, 1979). Fu collaboratore, tra gli altri, de “Il Mondo”, “Il Tempo Presente”.
Eccone una breve descrizione di Renato Guttuso: “Si incontrava Tito, la sera, alla “Vetrina” di Chiurazzi. La testa piegata all’indietro, le palpebre pesanti, il mozzicone di sigaro, e il suo silenzio nelle conversazioni. Parlava di rado ma sempre in modo conclusivo. Come un prestigiatore faceva di tanto in tanto apparire dalle pieghe dei suoi vestiti una stampa di Goya, o di Daumier, o un epigramma. Era colto e segreto, un amico sicuro, sul quale si poteva contare, disinteressato e senza compromessi”.
Tito Balestra scompare nel 1976 a Longiano, lasciando una grande eredità culturale.
Sulla vita di Sant’Alberico non vi sono notizie certe ma sembra molto affine a quella di San Romualdo, con cui condivise una vita austera e solitaria, votata alla meditazione e alla preghiera. Si propende per l’ipotesi che il santo sia vissuto nell' XI secolo. Alberico, guidato da una profonda fede, abbandonò la vita mondana per ritirarsi in  presso l’Abbazia Benedettina di Valle Sant’Anastasio, nei pressi di San Marino. Nelle sue peregrinazioni, giunse poi all’Eremo di Ocri, eretto da San Pier Damiani nei pressi di Sarsina e da qui alla ricerca di un luogo più silenzioso e solitario, giunse così sul Monte Fumaiolo, in un Eremo vicino alla località Balze, fondato da San Romualdo intorno all’anno Mille (952 - 1027), dove visse fino alla sua morte, che si ritiene avvenisse nell’agosto del 1050. Sant’Alberico visse in questi luoghi in completa solitudine e isolamento e oggi l’Eremo porta il nome di Celle di Sant’Alberico.
Nel secolo XIV, forse a causa di una revisione dei confini compiuta dalla Repubblica di Firenze in questa zona, il corpo di S. Alberico venne trasferito all'interno del territorio del Montefeltro, in un'urna dell'Abbazia di Valle S. Anastasia. Nel 1698 il Vescovo Bernardino Bellocci dispose che la salma tornasse all’Eremo delle Balze, dove,  in una teca, è venerata la tibia del santo. Si pensa che questa reliquia abbia poteri taumaturgici e possa guarire dai dolori alle ossa e alla schiena e dall’ernia e per questo meta di numerosi pellegrinaggi. 
L’Eremo situato nella diocesi di Sarsina, a 1.147 metri s.l.m., tra il monte Ocri, il monte Aquilone e il massiccio del Fumaiolo è anche uno dei pochi a essere rimasto in funzione ed è visitabile da maggio a ottobre. Lo si raggiunge attraverso un’antica mulattiera, che parte dalla località Capanne, in meno di un’ora di cammino.
Benché San Romualdo fosse nato in realtà a Ravenna (verso il 952) ebbe una eco importante anche nelle terre di confine tra Romagna e Toscana, ed in particolare modo a Verghereto, ove esiste uno dei monasteri, secondo la tradizione, da lui visitati. Di nobili origini, rinunciò alle ricchezze e coltivò la vita eremita rifondando monasteri ed eremi sul modello cenobitico orientale. A Ravenna in S. Apollinare in Classe si conserva l’altare che ricorda la conversione di S.Romualdo dove, però, non si sarebbe fermato. A Montecassino portò il rigore ascetico della regola benedettina riformata, perché San Romualdo fu il fondatore dell’ordine dei Camaldolesi. Nel 1012, nel Casentino, fondò un piccolo eremo su una radura detta Campo di Maldolo (oggi Camaldoli) . Morì da eremita in una piccola cella. Riposa nella chiesa camaldolese di San Biagio a Fabriano.
Una curiosità: il nome di Verghereto, dove  esiste un monastero intitolato a S.Michele Arcangelo in cui si fermò lo stesso San Romualdo, deriverebbe dal fatto che il santo, a causa dei continui richiami ai monaci dai costumi corrotti, lo avrebbero cacciato a “vergate” insieme ai suoi discepoli.
Manara Valgimigli è stato un saggista, scrittore, giornalista, grande e raffinato interprete di classici come Omero, Saffo, Eschilo, Platone ed Aristotele. Nacque nel 1876 a S. Piero in Bagno, a quell’epoca ancora in Provincia di Firenze, oggi Forlì-Cesena, e parte integrante del Comune di Bagno di Romagna. Fu allievo di Carducci e fido amico di Giovanni Pascoli, dal quale venne chiamato ad insegnare al ginnasio a Messina. Dal 1922 iniziò per lui la carriera accademica, prima a Messina e poi a Pisa, da cui si allontanò per la sua fiera avversione al fascismo. Fu anche direttore della Biblioteca Classense a Ravenna, la più importante istituzione culturale romagnola, incarico che conservò dal 1948 al 1955. Durante la sua vita fu collaboratore di numerosi quotidiani come “Il Resto del Carlino”, il “Corriere della Sera”, il “Giornale d’Italia”, “Il Messaggero”, “La Gazzetta del Popolo” e “La Nazione”. Collaborò con le maggiori Accademie italiane e nell’ottobre del 1946 venne eletto Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei. Nonostante la costante di continui trasferimenti, il legame sentimentale con la sua cittadina di origine fu sempre molto forte; a S.Piero, infatti, viveva colei che gli fece da balia e suo marito, Batano, intagliatore del legno con cui Manara Valgimigli aveva stretto un’amicizia molto forte. Si è spento nel 1965 ed è sepolto a S.Anna in Asolo (TV)
San Vicinio, che la tradizione vuole primo vescovo della diocesi di Sarsina, si ritirò come eremita su un monte che ora porta il suo nome. Mentre sacerdoti e popolo di Sarsina erano riuniti per scegliere il vescovo, sulla cima del monte apparve un segno divino. Così il solitario Vicinio divenne pastore della comunità romagnola, dai primi del IV secolo al 330, data della morte. Il suo carisma era quello di scacciare i demoni e guarire i fedeli da infermità fisiche o dell'animo attraverso una catena che poneva loro al collo.
Vicinio, spinto dall' amore della solitudine, si dedicò alla preghiera, alla meditazione ed alla penitenza in luogo solitario che la tradizione identifica col Monte San Vicinio, ubicato a circa sei chilometri da Sarsina: penitenza e preghiera, evangelizzazione e conduzione del popolo di Dio sono i cardini a cui San Vicinio aveva incatenato la sua vita e sono pure la strada maestra da lui scelta per realizzare la sua personale chiamata alla santità. Ogni santo incarna un particolare carisma e San Vicinio esprime la potenza di Dio nella lotta contro il maligno nella spirituale battaglia di adesione al Vangelo.
In tanti ricorrevano e ricorrono a lui quando si manifestano malanni nel corpo, anche molto gravi, ansie, fatiche, dolori, turbamenti, ma soprattutto,quando si manifestano problemi esistenziali e spirituali e attraverso l' utilizzo di una catena che il Santo stesso usava ponendola intorno al collo dei fedeli, riescono a ritrovare pace e serenità…
Tito Maccio Plauto è stato uno dei più grandi commediografo dell’età latina, nato a Sarsina, importante centro romano della Valle del Savio intorno al 259/251 a.C. e morto a Roma nel 184 a.C.. Gli sono state concordemente riconosciute almeno 21 commedie e 19 di incerta attribuzione. Sarsina lo ricorda annualmente in un festival estivo (Plautus festival) che nel periodo estivo, in località Calbano, mette in scena, in un teatro moderno ma realizzato come i teatri greci, le sue commedie in un cartellone che rappresenta un unicum che riscuote annualmente un clamoroso successo di pubblico. Della sua vita non si sa molto: pare che in vita avesse perso molto denaro guadagnato nelle sue attività di traduttore dal greco, di attore e regista e che per questo si fosse dovuto adeguare ad un modesto mestiere, come girare la macina del mulino. Le sue commedie, sono capolavori, ben architettati di satira, con un canovaccio che si ripete: i suoi protagonisti sono personaggi fissi, grotteschi e caricaturali . Tra essi: il giovane innamorato languido e sospiroso (adulescens), il vecchio padre severo (senex), il soldato mercenario, fanfarone (Miles gloriosus), a cui si aggiungano le poche figure femminili, spesso solo idealmente presenti sulla scena, ma fondamentali per le trame ad intreccio. Infine, la maschera più famosa e di successo del suo teatro rappresentata dal “servus”, personaggio sfrontato e geniale, furbo ed irriverente che rappresenta un democratico ribaltamento dello status sociale della società romana e agognato riscatto più ideale che reale degli ultimi della società ed in cui il pubblico finisce sempre per identificarsi e fare il tifo. Le sue commedie, con intrecci a volte anche piuttosto complessi, hanno un lieto fine. A Sarsina si può vedere anche quella che secondo la tradizione sarebbe la “Casa di Plauto”. A corollario di uno spettacolo plautino a Sarsina è doverosa la visita anche al Museo Archeologico Nazionale, eccezionale contenitore di reperti e monumenti funebri di grandi dimensioni provenienti da Pian di Bezzo.
Ugo Dolcini nato nel 19871 a Forlì rappresenta l’anima Liberty del Comune di Mercato Saraceno, località sede di mercati già nell’antichità, lungo la Valle del Savio. All’architetto di origini forlivesi e proveniente da una famiglia di decoratori  è dedicato il Teatro Dolcini, progettato nel 1927 come Casa del Fascio locale e ora utilizzato come sede per spettacoli. Sono molto numerosi gli interventi nel territorio di Mercato progettati da Dolcini: il lavatoio, la pesa pubblica, il macello (oggi sede della biblioteca comunale), Villa Zappi, il Caffè centrale ed altri. Ugo Dolcini fu anche insegnante presso la scuola serale prevalentemente frequentata da operai e artigiani nel secondo dopoguerra.
I Progetti realizzati da Ugo Dolcini sono ritenuti oggi di fondamentale importanza nel territorio per la sua aderenza al stile liberty, di cui egli fu uno dei grandi precursori in territorio romagnolo. 
Malatesta Novello, Signore di Cesena : a lui, soprattutto, si deve attribuire la volontà e la forza per concretizzare le grandi opere che hanno dato a Cesena l'impronta malatestiana che ancora oggi la caratterizza nella parte storica del centro urbano. Le sue realizzazioni sono notevoli, numerose e comprese in un arco di tempo piuttosto breve. In meno di trent'anni - alla metà del 1400 – ecco solo alcune delle infinite opere: dispone la costruzione del Convento di Santa Maria per i frati dell'Osservanza, i nuovi lavori per il rafforzamento della Rocca Malatestiana e l'allargamento della cinta muraria della città; ma soprattutto fonda la Biblioteca Malatestiana presso il convento di San Francesco, gioiello unico nel suo genere e punto di riferimento di tutto il patrimonio culturale della città.
Con la sua morte avvenuta nel 1465 a 47 anni di età, dopo una lunga malattia e senza eredi , termina il periodo che ha lasciato tracce indelebili nella cultura, nella storia di Cesena e del suo territorio
E’ una così vecchia lezione! La guerra è un fatto, come tanti altri di questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura.[...] Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora non redime, non cancella, per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo che non conosce più la grazia”. Sono alcuni passaggi, fondamentali, dell ’”Esame di Coscienza di un letterato”, opera importante del 1915 di Renato Serra, questo intellettuale difficile e complesso che dopo gli studi a Roma (scuola per ufficiali ) e Firenze, una volta entrato in contatto con l’ambiente di Benedetto Croce pubblicò una serie di saggi a carattere storico, filosofico e letterario, dedicati a Kipling, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Dante e Machiavelli. L’Esame di Coscienza di un Letterato resta, tra i suoi scritti, quello che meglio, agli inizi del secolo, ha espresso l’inquietudine dei giovani intellettuali e che si interrogavano sul tema dell’interventismo.  Serra, cosciente dei limiti della sua estrazione provinciale, visse una continua dicotomia tra un ideale di vita rappresentato dai grandi centri che rappresentavano ideali fucine culturali e i centri della periferia da cui proveniva che, invece, potevano essere garanti di un ironico e intelligente distacco dalle figure e dai luoghi della cultura ufficiale. Fu direttore della Biblioteca Malatestiana dal 1908. Serra fu chiamato alle Armi come Tenente di complemento nell’aprile 1915; pochi mesi dopo perdeva la vita a Podgora. A Cesena, davanti all’ingresso della Biblioteca Malatestiana, gli è stato dedicato un busto. Da pochi anni, inoltre, è possibile visitare la sua casa natale dello scrittore, ricchissima di cimeli, opere d’arte e scritti che aiutano il visitatore ad entrare in contatto con un letterato complesso, talvolta difficile ma di grande statura intellettuale. Davanti a Porta Montanara è stata murata una piccola targa con le parole di Serra: “ Un passo dietro l’altro, su per la rampata di ciottoli vecchi e lisci con un muro alla fine e una porta aperta sul cielo; e di là il mondo...”.
Aldo Spallicci (Santa Maria Nuova di Bertinoro, 1886- Premilcuore 1973) ha rappresentato una delle voci più alte, raffinate, colte della Romagna.
Fu medico, saggista, politico e cultore della storia e delle tradizioni della Romagna. A lui va il merito di avere condotto innumerevoli studi sul vernacolo locale, il dialetto romagnolo, conferendogli anche unità ortografica (fino a quel momento inesistente  e comunque frammentata tra le mille varietà locali). Fu tra i primi a concepire l’idea di una Romagna autonoma a difesa della quale dichiarava: « Siamo tutti italiani e la Repubblica è una ed indivisibile. La storia, la cultura, la stessa geografia ci ha, però, fatti diversi. È una opportunità da mettere a profitto nell'interesse generale del Paese responsabilizzando, nell'esercizio autogestionario, le varie popolazioni”.
A lui si deve l’invenzione del trebbo poetico che si tenne per la prima volta nel 1914 con la ripresa della vecchia tradizione del mondo contadino di ritrovarsi nelle fredde sere invernali con cantastorie che scaldavano l’animo e la fantasia delle popolazioni rurali. L’eredità che ci consegna è grandissima. Insieme al messaggio di necessario recupero e conservazione del patrimonio culturale locale, alle poesie dialettali. La rivista “La Piê” [la piadina ], da lui fondata nel 1920, soppressa dal regime fascista e poi rieditata a partire dal 1946, resta ancora oggi il principale riferimento per le tradizioni culturali locali. Il suo fondatore ebbe la lungimiranza di aprirsi a collaborazioni con artisti che realizzavano le xilografie per la copertina della rivista, autentiche opere d’arte per rari e sensibili collezionisti.
Ad Aldo Spallicci è stata dedicata la frazione del Comune di Bertinoro in cui nacque, ridenominata Santa Maria Nuova Spallicci.
Obadiah, il cui nome significa «servo di Dio», ancora molto giovane divenne rabbino della consistente comunità ebraica di Bertinoro, da cui trasse il nome con il quale è particolarmente conosciuto. Intenzionato a stabilirsi nella terra dei suoi avi, nel 1486 partì per la Palestina. Nella primavera del 1487 era a Palermo, nella quale vivevano circa 850 famiglie ebraiche, tutte abitanti in una stessa strada della città…”Essi erano disprezzati dai cristiani, e sono obbligati ad indossare un pezzo di stoffa rossa sul loro indumenti, di modo che possano essere identificati come ebrei». Fu ammirato dalla grandiosità e dall’efficienza della sinagoga di Palermo, che a suo dire «non aveva pari in tutto il mondo..” Fu invitato a tenervi lezione per diversi sabati.  Dopo mesi di permanenza a Palermo, s’imbarcò per Messina, e quindi in Egitto su cammello.
Al Cairo vide anche gli ebrei costretti in Spagna all’apostasia, i cosiddetti Marrani, «i più poveri, perché hanno lasciato i loro beni in Spagna e sono venuti qui a rifugiarsi sotto le ali del Dio di Israele». Benché il Nagid, il Rabbino capo degli ebrei d'Egitto, avesse cercato di dissuaderlo ad andare a Gerusalemme, per l’oppressione cui erano soggetti gli ebrei, Obadiah partì ugualmente e, dopo aver visto a Gaza le rovine degli edifici lasciate da Sansone nella sua lotta con i Filistei e le grotte dei patriarchi a Hebron, nel marzo 1488, raggiunse finalmente Gerusalemme, accolto da un altro rabbino giunto dall'Italia, Jacob di Colombano.
A Gerusalemme, Obadiah riuscì a ottenere che la tassa annuale dovuta dalla comunità ebraica fosse pagata direttamente al governo, evitando i taglieggiamenti imposti da appaltatori disonesti e si adoperò perché gli emigrati, espulsi da Spagna e Portogallo, fossero accolti in Gerusalemme, portando la loro capacità professionale e la loro cultura. Obadiah di Bertinoro fu per qualche anno rabbino a Hebron, e dal 1495 si stabilì definitivamente a Gerusalemme, dove morì intorno al 1516, e fu sepolto sul Monte degli Ulivi, nel compianto generale.
Dentro alla Rocca di Bertinoro  (X sec.), che domina il borgo, al piano terra è allestito il Museo Interreligioso, che testimonia la volontà di confrontare e studiare tre grandi religioni: l’Islam, il Cristianesimo e l’Ebraismo, oggi la Rocca è anche sede del Ceub, Centro Congressi e Centro Residenziale Universitario. 
Forlimpopoli è Pellegrino Artusi; il connubio non sembri un azzardo… Giustamente la cittadina posta sull’asse della via Emilia e nel cuore di questa verace Romagna ha investito molto per identificarsi nell’uomo che vi nacque nel 1820 attraverso un progetto culturale ed enograstronomico che identifica il personaggio con la cucina. Casa Artusi è il primo centro italiano di cultura gastronomica: luogo per cuochi provetti, curiosi e dilettanti tutti accomunati dal desiderio di avvicinare l’alchimia culinaria che nasce dietro ad un libro-culto e sopra un fornello…
Il manuale  dell’Artusi è da più di 100 anni un vero e proprio best-seller. “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” è un ricettario ottocentesco per via di alcuni ingredienti oggi sostituti con surrogati meno grassi (si veda ad esempio il largo impiego dello strutto in numerose ricette), ma di grande modernità culturale che ebbe la velleità di presentarsi come un libro di cucina non locale ma di cucina italiana. Insomma, se Carducci tentò di unificare linguisticamente e culturalmente l’Italia, Artusi fece l’Italia e gli Italiani tramite la cultura gastronomica.
Diamo i numeri…. Il manuale venne ristampato in ben 14 nuove edizioni tra il  1891 (prima edizione) e il 1911 anno della scomparsa di Artusi. Ad oggi vanta 111 edizioni, oltre un milione di copie vendute. Il volume è stato tradotto nelle principali lingue del mondo. Contiene una raccolta di 750 ricette.
La prima edizione del ricettario del 1891 fu finanziata dallo stesso Artusi; tutti gli editori da lui interpellati ritennero che l’operazione commerciale non potesse avere successo…
La cittadina di Meldola viene spesso ricordata per avere dato i natali a Felice Orsini, irrequieto personaggio, e turbolento patriota passato alla storia per avere attentato alla vita di Napoleone III.
Nacque in questo paesino di Provincia nel 1819 figlio di Andrea Orsini già ufficiale di Napoleone Bonaparte e manifestò un’indole irruenta già durante l’infanzia; nel 1831 tentò la fuga ad Ancona per arruolarsi nell’esercito napoleonico, che riteneva salvifico per le sorti della Romagna ancora legate allo Stato Pontificio. Si laureò in Giurisprudenza a Bologna nel 1843 e si iscrisse alla Giovine Italia di Mazzini. L’anno successivo venne arrestato per un piano rivoluzionario preparato, pare, dallo stesso Orsini. Fu imprigionato nel carcere di massima sicurezza di San Leo (dal 2009 Comune tornato ed essere romagnolo) da cui tentò la fuga, poi fallita quindi allontanato dai movimenti mazziniani perché ormai ritenuto pericoloso. Da questo momento seguiranno altre incarcerazioni in Ungheria, a Vienna e a Mantova da cui riuscì ad evadere. L’epilogo lo vuole, ormai solo in Francia, ove medita il famoso attentato a Napoleone III (da cui questi peraltro uscì incolume) ma che costò la ghigliottina al rivoluzionario romagnolo  il 13 marzo 1858. Questo l’accorato appello a Napoleone III, testamento del rivoluzionario Orsini: “… Sino a che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre”.
Una curiosità: le bombe rudimentali impiegate da Orsini nell’attentato a Napoleone passarono alla storia come “Bombe Orsini”; si trattava di cinque bombe costruite dallo stesso Orsini in Inghilterra, realizzate in ghisa; il caricamento era con fulminato di mercurio. A causa dell' esplosivo troppo rapido si polverizzarono invece di frantumarsi, riducendone così l’efficacia. Sono considerate le antenate delle moderne bombe a mano.
La Casa natale di Felice Orsini è nel cuore di Meldola, in Piazza Orsini
Risale al XVIII secolo e la sua fabbrica, a pianta rettangolare, si sviluppa su tre piani ed è caratterizzata da una facciata in cotto a vista la cui parte centrale è raccordata al tetto mediante due eleganti volute. Oltrechè dare i natali al patriota è uno dei nobili palazzi in cui soggiornarono insigni famiglie. Sorto per essere residenza signorile della casata Borghese Aldobrandini prima e Doria Pamphili poi, successivamente fu trasformato poi in caserma e in carcere. 
La storia della paese di Cusercoli dipende da quella del castello che la domina su lo sperone roccioso in cui sorge dal XII secolo. Dalla casata dei Malatesta passò ai Conti Guidi di Bagno nel 1471, nel 1973 è stato acquistato dal  Comune di Civitella di Romagna. I Conti Guidi, nel XVIII secolo, fecero della possente struttura difensiva una abitazione gentilizia, aggiungendo al complesso un’ala residenziale e la nuova chiesa di Santa Maria in Sasso
Proprio il caratteristico sperone roccioso su cui sorge il borgo, che sbarra la valle del Bidente e costringe il fiume a deviare dal corso principale, fece generare una leggenda tra gli abitanti, che attribuirono la creazione del massiccio sperone ad opera del mitico Ercole. Da qui secondo alcune fonti deriverebbe il termine Clausum Erculis (chiusa di Ercole), di conseguenza Cusercoli.
Il borgo è tutt'ora stabilmente abitato e quindi visitabile (chiaramente a piedi), mentre il castello oggetto di opere di recupero e risanamento conservativo che coinvolge la facoltà di archeoingegneria dell’Università di Bologna risulta visitabile all'esterno e fruibile in alcune sale. E’ la nuova casa di preziose formelle di ceramica di scuola fiorentina, maioliche che decoravano la Via Crucis del cimitero del paese bidentino
La visita al Castello di Cusercoli inizia a nord-est della fortezza, sotto la torre della meridiana.  Lungo la via principale si trova la 'Purtaza', antica porta sovrastata dallo stemma di Cusercoli, equamente diviso fra le icone dei Conti Guidi di Bagno e dei Malatesta. In cima, il castello medievale dei Conti Guidi, già noto nell’XI° secolo, con annessa chiesa e canonica, con i pochi affreschi rimasti, e torre campanaria, l'orologio parrocchiale dall'antico meccanismo recentemente ripristinato. Meritano una menzione i Giardini pensili, a forma di prua di nave, minuscolo ma pittoresco giardino all'italiana che è rivolto verso il fiume, nel punto più stretto della valle 
Il Santuario in Civitella di Romagna (Via Martiri Partigiani - Visitabile - tel 0543-983148 o 983226) nacque a ricordo della miracolosa apparizione della Beata Vergine ad un povero orfanello, avvenuta per 5 volte nell' aprile 1556 nei pressi di una celletta esistente vicino al torrente Suasia. La costruzione ebbe inizio nel luglio 1556, con la posa della prima pietra da parte del Vicario dell'Abbazia di S.Ellero.  La soluzione costruttiva adottata, chiesa con pianta a croce greca, era chiaramente rivolta a mantenere intatta al suo interno la Maestà con il suo affresco. Collocata originariamente al centro del santuario, l'immagine miracolosa fu traslata, il 24 luglio 1666, sulla parete della cappella, dove è posta tuttora.  L'edificio è una significativa creazione architettonica rinascimentale toscana. Importanti rifacimenti furono attivati nel 1760 con la costruzione del campanile e nel 1928 con la costruzione dell'attuale cupola al posto dell'originario tiburio ottagonale con tetto ad otto spioventi.  Il Santuario è oggi affidato alla Confraternita della Beata Vergine della Suasia. All'interno varie opere su tela.
Teodorico, come noto, fu a Ravenna dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente del 476 d.C. e governò, con il titolo di Re, dal 493 fino all’anno della sua morte nel 526. Di origine barbara (era della stirpe ostrogota), Teodorico professava una religione (meglio dire eresia, per i cattolici) che era quella ariana. A seguito della sua morte, l’imperatore Giustiniano emanò un editto per la riconversione degli edifici di culto ariani in cattolici; la storia di Teodorico sarebbe stata destinata ad una damnatio memoriae plurisecolare, con il chiaro intendo di sottrarlo ad un ruolo di prim’ordine nella storia. Di Teodorico restano di importantissimi monumenti riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco a Ravenna (Basilica di S. Apollinare Nuovo e Mausoleo di Teodorico). A Galeata sono state condotti degli scavi stratigrafici a partire dal 1942 che hanno consentito nel 2010 l’apertura dell’area di scavi della Villa di Teodorico. Conserviamo una fonte agiografica redatta nel VIII secolo da S.Ellero, fondatore dell’ Abbazia di S. Ellero e di una comunità monastica, tra le prime in occidente, improntata sulla regola ascetica, la teologia del lavoro, la condivisione dei beni e la carità. In un passo della Vita Hilari si racconta dell’incontro tra il fondatore del cenobio e il re goto Teodorico, il quale ammaliato dalla grandezza d’animo dell’uomo di chiesa si convinse a donargli le terre afferenti all’Abbazia stessa. L’incontro è commemorato anche su due lastre di pietra (non coeve) conservate presso la straordinario Museo Don Mambrini di Galeata. Della villa di Teodorico, sono stati riportati in luce diversi ambienti di grandi dimensioni e presso l’area degli scavi sono visibili i vasti e sontuosi ambienti delle terme estive ed invernali parti integranti di una grande e ricca residenza signorile databile tra la fine del V e l'inizio del VI sec. d.C., ritenuta da molti la residenza di caccia del re Goto in queste zone. 
Mattia Moreni (Pavia 1920 - Brisighella 1999) è stato un artista poliedrico che oggi possiamo cercare ed ammirare nelle sale della Galleria Stoppioni di Santa Sofia.
Dopo una formazione neo cubista condivisa, abbraccia l’esperienza del Gruppo degli Otto con artisti della statura di Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova. Gran parte della sua produzione, tuttavia, si concentra nel periodo di soggiorno in Romagna in cui l’artista, che prende parte alla rassegna di arte contemporanea Premio Campigna, dà vita ad opere di grandi dimensioni che rimandano a forme assimilabili a grandi angurie, macro sessi femminili, alla robotica… L’artista è stato definito in maniera puntuale da Renato Barilli “ …il più mobile ed irrequieto fra i nostri maestri”.  Nella fattispecie nella sorprendente galleria di Santa Sofia sono presenti le opere che fanno parte della serie “Regressione della Specie e della Specie Belle Arti”: con cinque autoritratti, “Santa Sofia prilla prima di esplodere”, tela realizzata nel 1983 in occasione del XVII° Premio Campigna dedicato al paesaggio, “La bistecca del vicino” del 1984, un pastello su carta, una scultura in ferro dipinto. E’ presente anche un’ opera della fase della metamorfosi delle angurie (1968-1975), “ Un’ anguria in disfacimento o della lontananza” (1973). Indubbiamente tra tutte le opere quella che maggiormente cattura l’attenzione dello spettatore  e domina gli spazi del museo è “la grande Mistura”, realizzata dal Moreni fra il 1976 e il 1984, costituita da una coloratissima ed impressionante parte convessa, in cui i materiali sono stati incollati e deformati attraverso l’utilizzo di araldite, ed una parte concava in cui è quasi imprigionato “Il Narciso” o Mister Chimica, un calco a mezzo busto dell’artista. 
Il Mulino Mengozzi si trova a Fiumicello, piccola frazione ad alcuni chilometri da Premilcuore. Abbandonato nel 1963 dopo secoli di attività, è stato pazientemente restaurato dai proprietari, i fratelli Mengozzi, che ne hanno aggiustato e ricostruito tutte le strutture  ed aperto alle visite. Così, dal 1993, dopo anni di silenzio, il mulino – grazie alla smisurata passione e generosità della famiglia Mengozzi - ha ripreso a funzionare, in un fiabesco e bucolico contesto nature… L’edificio è strutturato su tre piani. In quello più basso, quasi interamente interrato, vi è collocata la turbina, ossia una ruota idraulica con pale a semicucchiae in rovere, movimentata dal flusso d’acqua convogliato dalla condotta che collega il “bottaccio” (la vasca d’acqua esterna) al mulino. Il moto della ruota viene trasmesso al piano superiore attraverso un “albero” che la collega alle due macine disposte orizzontalmente, costituite da dischi di pietra, di notevole diametro e peso. Ogni macina è formata da un disco inferiore, fisso, e da uno superiore, mobile, con la centro una “bocca” per il passaggio del grano e delle castagne da macinare. Esiste un dispositivo di regolazione della distanza fra le macine. La farina prodotta viene raccolta in un contenitore di pietra, detto “matriccio”, prospiciente le macine. L’ultimo piano del Mulino è l’abitazione della famiglia Mengozzi.  L’acqua destinata ad alimentare il mulino viene prelevata dal torrente attraverso una presa costituita da una briglia in legno di castagno. Mediante questa chiusura artificiale l’acqua si alza di livello scorrendo in un canale laterale in direzione del mulino. Lungo questo canale esistono delle bocche di sfioro che provvedono a controllare il flusso dell’acqua.  Al termine si trova una vasca (il “bottaccio”) da cui l’acqua cade direttamente, attraverso la “tromba”, sulla ruota idraulica di alimentazione delle macine. La forma conica del bottaccio e il dislivello di circa 8 metri consentono una notevole pressione dell’acqua sulle pale della turbina.  Il sito è visitabile, consigliato per ragioni culturali e per una splendida camminata nella natura
Benito Mussolini (1893-1945) e Adone Zoli (1887-1960) hanno in comune le medesime origini predappiesi (benché in realtà Adone Zoli fosse nato a Cesena), e un posto nella politica e nella storia.
Adone Zoli è stato Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1957 al ’58. Dopo avere preso parte alla prima guerra mondiale, aderì alla Resistenza nel 1943 e fu personaggio di spicco della Democrazia italiana del governo De Gasperi; della sua legislatura si ricorda la riforma delle carceri per migliorare le condizioni dei carcerati sottoposti a condizioni di vita inaccettabili ancora del periodo fascista ed in ossequio al principio della necessaria rieducazione e reintegro, cardine della neonata Costituzione italiana.
Benito Mussolini entra in gioco in questa vicenda solo dopo la sua morte, anche questa nota ai più. Dopo l’uccisione a Dongo (28 aprile 1945)  e l’esposizione del cadavere a Piazzale Loreto, il corpo verrà tenuto in luogo sconosciuto per evitare rivendicazioni di fanatici. La salma del Duce venne trafugata tra il 23 e 24 aprile 1946 e fatta sparire.  L' autore della clamorosa e rocambolesca impresa è un giovane, Domenico Leccisi, reduce di Salo' , direttore di un giornaletto clandestino, "Lotta fascista", e fondatore d' un singolare "Partito fascista democratico" che sarà in seguito assolto. In questo giallo avranno un parte di responsabilità accertata anche due padri superiori per complicità nell’aver occultato il cadavere; il tutto avviene in poco tempo, nella disperazione concitata dei parenti che chiedono agli organi di Stato, ma  senza ottenere risposta alcuna, la restituzione della salma. Intanto il macabro baule che conserva il corpo viene portato a Cerro Maggiore e fino al 1957  tenuto nascosto. Nel 1957 presidente del Consiglio è Adone Zoli, romagnolo, conoscente dei Mussolini, decide che questa situazione deve avere fine e ordina la restituzione della salma ai parenti. I due uomini (Benito Mussolini e Adone Zoli) sono entrambi sepolti nel cimitero di Predappio: il primo, come noto, nella visitatissima Cripta Mussolini, il secondo, lì vicino in una tomba ancora misconosciuta ai più …
A Predappio è possibile visitare la Casa natale di Mussolini, sede di periodiche Mostre di carattere storico e culturale, la cui rassegna sul "Giovane Mussolini" ha avuto grande successo di pubblico (su "Benito in camicia rossa", qui alcuni gustosi aneddoti)
Nei sotterranei della Trattoria "Vecia Cantena dlà Prè" in Predappio Alta, sono visitabili  le antichissime Cantine Zoli, con suggestivo Museo del Vino
Melozzo degli Ambrosi nacque a Forlì nel 1438 da Giacoma e Giuliano degli Ambrosi. Massimo esponente della scuola forlivese di pittura nel XV secolo, fu grande pittore del virtuosismo prospettico e d'illusione di spazi aperti tra architetture dai colori ricchi e sgargianti e dalla grande capacità di resa, quasi fotografica, dei volti.  Gran parte della sua vita è avvolta nel mistero; si pensa che abbia visto le opere del Mantegna a Padova e le pitture ferraresi. Nella Roma di Papa Sisto IV, dove diviene pittore papale, lascia molti suoi capolavori: il grande affresco dell'Ascensione di Cristo nell'abside della Chiesa dei SS. Apostoli, un ritratto politico della corte papale nella Biblioteca Vaticana, le prospettive di leggere architetture nella Biblioteca Greca e affreschi a Palazzo Riario, oggi Altemps. L'assenza di sue opere dalla Cappella Sistina, ha fatto pensare ad un allontanamento del favore del Papa.  Con i suoi allievi dipinge solo una scena della Passione di Cristo nella Sacrestia di S. Marco della Basilica della S. Casa a Loreto. Dopo un primo trasferimento ad Ancona, segue Girolamo Riario a Forlì. Nella sua città vive il declino in povertà; affresca la cupola della Chiesa distrutta di San Giovanni Battista e, con l'allievo forlivese Marco Palmezzano, la Cappella della famiglia Feo dalla bellissima cupoletta, nella Chiesa di San Girolamo, purtroppo poi distrutta nel 1944 da un bombardamento. 
A Forlì, la Rocca del Ravaldino nella parte che reca lo stemma di Papa Alessandro VI Borgia evoca la conquista dell’ultimo baluardo romagnolo al governo di dinastie locali che avevano fatto di questi luoghi un dominio personalissimo sottraendolo, quindi, al controllo dei Papi.
Nell’anno del Signore 1500 a Forlì c’era la affascinante Caterina Sforza al comando della città. Era giunta al governo in seguito al matrimonio con il nipote del Papa Girolamo Riario, Signore di Imola e Forlì. Girolamo, poco scaltro, ebbe la peggio in una congiura di Palazzo nel 1488 in cui perse la vita. Caterina era nota come “la Leonessa di Romagna” per via del suo carattere forte. Ad onor del vero le cronache del tempo la ricordano anche per gli altri due matrimoni, i numerosi figli e per un curioso passatempo che la signora coltivava: dopo averle sperimentate scriveva ricette di bellezza, per la cura del corpo e per il vigore fisico, affidandosi alla famiglia locale degli Albertini, speziali ben noti in città suo principali fornitori di erbe e spezie necessarie per il confezionamento  di queste interessanti ricette. Caterina, concluse il proprio dominio a Forlì il 12 gennaio dell’anno 1500, quando, dopo un assedio durato alcune settimane, truppe del Valentino fecero breccia nella Rocca. Finiva così il governo di colei che veniva ai suoi tempi definita “virago”, per via della sua tempra mascolina. Finiva un governo, nasceva un mito…
Cosimo de Medici (1519-1574), nipote della grande Caterina Sforza, Signora di Forlì, quindi figlio del grande condottiero Giovanni dalle Bande Nere e di Maria Salviati, fu primo Granduca di Toscana. Si deve a Cosimo la costruzione della città ideale che rifletteva tutti i teoremi rinascimentali dell’Uomo al centro dell’Universo: Eliopoli, ovvero la meravigliosa  “Città del Sole”, oggi Terra del Sole. Cosimo fu un grande dinasta (nonostante il pessimo carattere ricordato dalle fonti) che aveva ereditato dalla nonna Caterina Sforza la passione per l’alchimia, la magia, il meraviglioso, tanto da decidere di esporre a Firenze un capodoglio rinvenuto presso le coste toscane all’altezza di Livorno per stupire i Fiorentini. Si devono a lui alcuni dei luoghi più famosi di Firenze: gli Uffizi, il corridoio vasariano, il Giardino dei Boboli. Insieme a Terra del Sole Cosimo fece costruire altre città ideali: Portoferraio (presso l’Isola d’Elba) e la città sul Sasso Simone (zona del Montefeltro), una città militarizzata iniziata nel 1566, con moduli regolari eretta su un parallelepipedo roccioso a 1200 metri sul livello del mare;  doveva essere inespugnabile ma nel 1673 il presidio militare venne già  disarmato e abbandonato, per via dell’irraggiungibilità, del freddo e del luogo che rese impossibile l’esistenza anche a coloro che avrebbero dovuto difenderla. Neppure la ragione dell’Uomo Nuovo poté avere la meglio sulla natura selvaggia del luogo…
Nel cuore del forlivese, nella bassa Val Montone,  si erge la caratteristica rupe su cui, da oltre un millennio, vigila la Fortezza di Castrocaro. Grazie alla sua posizione elevata e di difficile accesso, quindi facilmente difendibile, il  castello di Castrocaro ebbe una determinante rilevanza strategica, tanto che nel 1160 e nel 1164 ospitò anche l'imperatore Federico Barbarossa, a conferma dell'importanza che il fortilizio aveva acquisito. Un documento del 1177 ricorda l'alleanza dei Conti di Castrocaro con il Barbarossa contro la Lega lombarda. Seguì un lungo periodo, con alterne vicende,  di dominio della Chiesa. Sul finire del 1300, la situazione sociale e politica della Romagna peggiorò ulteriormente, a tal punto da rendere impossibile un efficace controllo militare della Romandiola e Papa Bonifacio IX, vendette rocca e territorio ai Fiorentini.  Nel 1403, con la definitiva annessione alla Repubblica di Firenze, iniziò per Castrocaro un periodo ricco di eventi di rilievo, sul piano politico, culturale e sociale. Grazie alla sua posizione decentrata, rispetto alla capitale, verso i confini con il dominio papale, Castrocaro fu elevata a capoluogo dei territori fiorentini in terra romagnola,: la Provinciae Florentiae in partibus Romandiolae , con sede di capitanato e tribunale. E' l'atto di nascita della Romagna toscana, che darà modo ai fiorentini di inserirsi definitivamente nella vita politica romagnola, aprendo una importante via commerciale verso l'Adriatico. Per circa 200 anni Castrocaro sarà il capoluogo della Romagna toscana.  Ma dopo la costruzione di Terra del Sole, conclusasi verso la fine del Cinquecento, la Fortezza di Castrocaro iniziò il progressivo disarmo e l'inesorabile abbandono.  Nei secoli successivi non venne mai più utilizzata, né per scopi militari, né per usi residenziali, non subendo, quindi, modifiche né superfetazioni. Per questo motivo la Fortezza di Castrocaro è rimasta pressoché immutata. Così oggi ci troviamo di fronte ad un unicum di notevole pregio architettonico, un autentico complesso fortificato medievale che si è salvato dall'oblio del tempo, come se fosse stato “cristallizzato” per secoli.  Nel 1982 ebbero inizi i lavori di restauro, individuandone il nuovo destino in un utilizzo culturale e turistico, con affidamento in gestione alla Proloco di Castrocaro affinché vi realizzasse un progetto di riuso culturale e turistico: allestimento del Museo storico, Enoteca, svolgimento di iniziative di valorizzazione dell'enogastronomia locale, convegni e intrattenimenti culturali, stages e spettacoli di falconeria.
Dovadola si identifica sempre più nella figura di Benedetta Bianchi Porro, dichiarata venerabile  nel 1994, a distanza di 30 anni dalla morte. Benedetta scomparve a soli 27 anni a causa di una malattia terribile che non le lasciò scampo; soprattutto non le consentì di coronare il suo sogno di diventare medico per poter  aiutare i bisognosi. A Dovadola ha sede la Fondazione che ne custodisce la memoria, gli scritti, copiosi e tradotti in diverse lingue, le fotografie.  Benedetta è sepolta presso la Badia di Sant’Andrea, nei pressi di Dovadola.  Il sarcofago fu realizzato dallo scultore Angelo Biancini.
Citiamo, qui di seguito uno dei numerosi pensieri di Benedetta che ci pare, oggi, di una straordinaria e rinnovata modernità: “Com'è' divina la povertà! Si può' essere poveri anche fra le più' grandi ricchezze. Santa Elisabetta era una principessa”.
Sant’Antonio di Padova, uno dei Santi più venerati in Italia, nacque in Portogallo, a Lisbona, nel 1195. Era figlio dei nobili Martino de’ Buglioni e donna Maria Taveira. Fu battezzato con il nome di Fernando. Entrò nel monastero agostiniano di São Vicente, fuori le mura di Lisbona, dove rimase per due anni per poi trasferirsi a Coimbra città importante del Portogallo in cui rimase dal 1212 al 1220.
Verso la  fine dell’ estate del 1220 Fernando abbracciò  l'ideale francescano di cui subì il fascino irresistibile.
Nel settembre 1220, vestendo l’abito francescano cambiò anche il proprio nome per assumere quello di Antonio, l’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antao dos Olivãis presso cui vivevano i francescani. Dopo un viaggio che lo avrebbe condotto anche in Sicilia, cominciò un itinerario che lo avrebbe condotto ad Assisi nel 1221. In quell’occasione fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna che lo invitò a seguirlo. In compagnia di Graziano da Bagnacavallo e d’altri confratelli romagnoli, Antonio giunse a Montepaolo di Dovadola nel giugno 1221. Le sue giornate trascorrevano in preghiera, mediazione e umile servizio ai confratelli. Sant’Antonio rimase a Montepaolo, molto probabilmente,  fino alla Pentecoste (22 maggio) o al massimo fino a settembre dello stesso anno. Qui  a Montepaolo Antonio chiese ad un compagno spirituale di cedergli la grotta scelta dallo stesso per ritirarsi in preghiera. Il buon confratello accondiscese all’appassionato desiderio del giovane portoghese. E’ in questo luogo che il Santo  si ritirava ogni giorno per vivere solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in prolungate letture della Bibbia e riflessioni per unirsi alla vita dei confratelli durante le preghiere comuni e per i pasti.  Nel mese di settembre del 1222, in occasione di una ordinazione sacerdotale tenuta a Forlì, venne invitato a improvvisare una riflessione. Tenne una predica che rivelò ai presenti la sua straordinaria sapienza fino a quel momento totalmente sconosciuta a tutti. Da quel momento fu impegnato nella predicazione e divenne il santo che tutti conoscono.
Nel 1227 Antonio diventa provinciale dell'Italia settentrionale proseguendo nell'opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trovava a Camposampiero e, sentondosi male, chiese di rientrare a Padova, dove volle morire: spirerà nel convento. L’ Eremo di Montepaolo di Dovadola è stata così la prima dimora di frate Antonio in Italia. Qui si respira ancora un’atmosfera “sacra”.  Si può visitare la chiesetta che conserva una Sua reliquia e pregare nella grotta dove il Santo si ritirava a pregare.  L'Eremo di Montepaolo del tempo di Sant'Antonio era collocato comunque in una zona e in un paesaggio diverso da quello di oggi, che le frane hanno sfaldato completamente nel corso dei secoli. L'umilissima abitazione dei frati si trovava sull'altura, poche centinaia di metri sotto l'attuale santuario. La famosa "grotta", dove il santo era solito ritirarsi in preghiera, era invece più in basso, nella zona degradante, a destra del torrente Samoggia.

L’eremo di Montepaolo, è base di partenza - sul versante romagnolo - del percorso della fede Cammino di Assisi; l'itinerario dei moderni pellegrini dedicato a San Francesco e a San Antonio di Padova. Esso attraversa Rocca San Casciano, Portico di Romagna, Premilcuore, Santa Sofia (Corniolo, Campigna), e si passa quindi in Toscana giungendo a Badia Prataglia, quindi Chiusi della Verna, Michelangelo Caprese, Pieve Santo Stefano, Sansepolcro, si entra infine in Umbria con Città di Castello, Pietralunga e si prosegue per Gubbio, dove esiste la possibilità di proseguire per Valfabbrica (classico percorso francescano) oppure dirigersi verso il meraviglioso parco del monte Cucco transitando per Gualdo Tadino per giungere infine a Nocera Umbra e calpestare lo stesso sentiero dell’ultimo rientro ad Assisi di San Francesco, ormai già conscio dell’imminente “Estremo Viaggio”.
 
Carlo Alberto Cappelli nasce nel 1907 a Rocca San Casciano , dove la Casa Editrice di famiglia, trasferitasi poi a Bologna, continua a mantenere la tipografia. Per tutta la vita si occuperà di editoria e teatro. Carlo Alberto Cappelli fu negli anni ’30-40 Presidente della Filodrammatica di Bologna e Sovrintendente del Teatro Comunale. Scopre tanti giovani talenti: un nome fra tutti, Giuseppe Di Stefano.  
Negli anni Cinquanta inizia a dedicarsi al teatro di prosa: nel 1955 con Romolo Valli, Giorgio De Lullo, Anna Maria Guarnieri e Rossella Falk crea la Compagnia dei Giovani. Ne sarà l’impresario per vent’anni, accompagnando in veri e propri trionfi tutti i celebri attori teatrali italiani. Nel 1962 fa debuttare l’esordiente Claudio Abbado.
Nel 1971 è Sovrintendente dell’Arena di Verona; con Cappelli l’Arena vive il suo periodo d’oro, ospitando Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras, Katia Ricciarelli, Carla Fracci, Rudolf Nureyev. Carlo Alberto Cappelli è stato, con Remigio Paone, il più importante organizzatore privato di spettacoli di prosa che l’Italia abbia mai avuto.

L’ Associazione Carlo Alberto Cappelli, sorta dopo la sua morte nel 1982 a Rocca San Casciano, collabora ad iniziative in ambito comunale, intrattiene contatti con artisti, impresari, Enti Lirici,  Istituisce nel 1987 l’omonimo riconoscimento internazionale, conferito annualmente a grandi artisti del mondo teatrale e musicale, prima nella cittadina romagnola, poi a Roma in Campidoglio e al Teatro dell’Opera, a Parigi in Municipio, al Teatro Comunale di Bologna, al Teatro Metropolitan di New York e al Barbican Theatre di Londra. A lui è dedicato il Premio Internazionale Cappelli
 Nelle terre oggi definite della Romagna Toscana l’ultimo piccolissimo Comune a segnare il confine geografico (post 1923) è quello di Portico di Romagna – San Benedetto in Alpe. Qui nacque nel 1386 Ambrogio Traversari. Gli avi di questo personaggio appartennero alla dinastia che governò Ravenna, persa la quale ad opera dei Da Polenta, si trasferirono a Portico dove nacque Ambrogio in una fase significativa del periodo che qui vide  al potere la Repubblica di  Firenze. Ambrogio nacque infatti tre mesi dopo l’Istituzione del “Capitanato della provincia fiorentina nel versante romagnolo”, con sede presso il fortificato castello di Portico. Si chiuse un’era e se ne aprì un’altra: dal Medioevo al Rinascimento di marca squisitamente toscana, in cui i Traversari di Portico ebbero un ruolo di primo piano. Il padre con una relazione epistolare con Firenze chiese il riconoscimento degli statuti comunali successivamente redatti dal cugino, Jacopo.
Ambrogio frequentò a Portico il poeta e novelliere Franco Sacchetti che ebbe sul futuro umanista una notevole influenza culturale. Fu forse proprio Sacchetti a pesare sulla decisione di Ambrogio di vestire l’abito camaldolese nel 1400 presso il Monastero di Santa Maria degli Angeli a Firenze. Questo luogo, grazie alla sua presenza, divenne fucina di studi umanistici, per la vita religiosa e artistica cui presero parte anche Lorenzo Monaco, Beato Angelico, Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti.
Palazzo Traversari, ove nacque Ambrogio , è locato in Via Roma, nel centro di questo suggestivo borgo appenninico
A Portico di Romagna  la presenza spirituale di questo personaggio è ancora forte, agevolata dalla quiete del luogo, dalla natura dei luoghi ancora selvaggia; questa natura, che accompagna l’ospite fino alle porte del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è di una bellezza  che potremmo definire “romantica”. Impressionò anche Dante Alighieri che passò e ammirò la celeberrima Cascata dell’Acquacheta
Il poeta,  nel XVI Canto dell’Inferno, versi 94 – 105, paragona il fragore dello scroscio dell’acqua della “caduta” dell’Acquacheta  all’assordante cascata del Flegetonte, fiume che separa il settimo dall’ottavo cerchio dell’inferno. Questo il passo:
“Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima da Monte Veso inver levante,
dalla sinistra costa d’Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
rimbomba là sovra San Benedetto
dell’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovria per mille essere recetto;
così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ‘n poc’ora avria l’orecchia offesa”.


Nelle vicinanze dell’Acquacheta passava una strada, della quale rimangono le tracce, che ha collegato per secoli la Toscana con la Romagna (l’attuale strada da Forlì a Firenze che passa per il Muraglione è stata terminata nel 1836), Dante probabilmente percorse questa strada e attraversò questi luoghi una volta esiliato da Firenze (vedi luoghi di Dante in Romagna)
A Portico, nella via centrale del paese c’è un Palazzo antica proprietà della famiglia Portinari, la medesima da cui proveniva l’amata Beatrice. Vuole la tradizione che Dante l’abbia conosciuta proprio qui. Beatrice, secondo le teorie più accreditate sarebbe stata figlia del ricco banchiere Folco Portinari, nativo proprio di Portico. Che i due si fossero conosciuti giovanissimi (lei a 9 e Dante a 18 anni) non è certo. Non è neppure certo che lei, ad altro uomo sposata, si sia spenta a soli ventiquattro anni; è noto, invece, che fu Beatrice ad ispirare a Dante alcuni versi tra i suoi più famosi:
« Sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva. »

(Purg. XXX)
ma anche un sonetto, tratto dalla Vita Nuova (ovvero la rinascita…) che suona così: “Tanto gentile e onesta pare/la donna mia…”
La mancanza di dati certi sulla vita di Beatrice ci consente di immaginare, ragionevolmente,  l’incontro dei due in questo lembo di provincia, a cavaliere tra le terre di Toscana,  in cui il poeta nacque, e quelle di Romagna ove Dante si spense nel 1321.
Un umile muratore originario di   Tredozio,  Angelo Ravagli  (qui nacque nel 1891), è invece passato alla storia come Lady Chatterley’s Lover ….Di lui si sono occupati giornalisti e scrittori di tutto il mondo per la relazione sentimentale avuta con la baronessa tedesca Frieda von Richthofen – colta, indipendente, dai liberi costumi - di cui fu prima amante poi compagno ed infine, nel 1950 , terzo marito.
L’enorme curiosità sulla vicenda che all’epoca rappresentò un vero scandalo (approdando anche al cinema)  si deve al fatto che Frieda era sposata col famoso scrittore inglese David Herbert Lawrence.  Ravagli , valoroso bersagliere promosso ufficiale nella Prima Guerra Mondiale, è un bell’uomo che al termine della guerra sposa una insegnante di Spotorno, trasferendosi così in Liguria.  Nel 1926 conosce Frieda, lì in vacanza col marito, e ne nasce una breve ma intensa relazione amorosa.  Angelo ha 34 anni, Frieda 46 e il marito Lawrence 40, questo ultimo già affetto di tubercolosi (morirà cinque anni dopo). Dopo questa avventura, i coniugi Lawrence si trasferiscono in Toscana, a Scandicci, dove David scriverà il famoso romanzo Lady Chatterley’s Lover.  Appreso della morte del marito di Frieda, nel 1931, Angelo la ricontatta, ed insieme si trasferiscono in America, nel New Mexico, dove lei possiede un ranch.
Nell’agosto 1956 Frieda muore, e Ravagli dopo quattro anni, ritorna in Italia con la sua vera famiglia, e nel 1971 visita Tredozio in occasione del suo ottantesimo compleanno.
Angelo Ravagli muore quattro anni dopo a Spotorno, ove è sepolto: colui che – quasi sicuramente -  ha ispirato a David Lawrence la figura di Parkin, il guardiacaccia delle prime stesure de L’amante di Lady Chatterley
(approfondimento giornalistico)
A  Modigliana, territorio della Romagna Toscana, non si può non partire dalla modernità di un sacerdote liberale come Don Giovanni Verità (1807-1885), il “prete garibaldino”. Nato nel  1807, fu iscritto alla "Giovine Italia". Quando scoppiarono i moti in Romagna si schierò apertamente con i carbonari, partecipando nel 1843 a Modigliana e nel 1845 alle Balze alle rivolte popolari.
Don Giovanni Verità fu a  capo della "Trafila",  un’organizzazione segreta che portava soccorso ai perseguitati politici. Nell’agosto 1849, a Miano, non lontano da Modigliana, prese “in consegna” Giuseppe Garibaldi ed il suo luogotenente Capitan Leggero, mentre erano in fuga verso il Granducato di Toscana inseguiti dalle milizie austriache.  Dopo averlo in segreto ospitato presso la propria abitazione, il sacerdote accompagnò l'eroe dei due mondi verso Livorno per imbarcarsi alla volta di Genova. Invitiamo l’ospite a cercare tracce di quest’uomo coraggioso presso la Casa museo Don Giovanni Verità, ricca di cimeli, divise, documenti di notevole interesse storico, e presso la Pinacoteca Comunale , dove lo stesso Don Giovanni Verità venne raffigurato dal grande Silvestro Lega (1826-1895), suo concittadino e grande pittore macchiaiolo (biografia) che condivise con lui il febbrile impegno civile durante la guerra di Indipendenza a Curtatone nel 1848 (visitabile Pinacoteca Comunale Silvestro Lega)
 
Apri la mappa dettagliata