Itinerari: Pievi: Percorsi spirituali nella campagna serena

Pievi: Percorsi spirituali nella campagna serena E' possibile immaginare agresti e affascinanti  percorsi nel territori di Forlì e Cesena alla scoperta di questi luoghi di culto che furono centri e motori per le comunità cristiane, e in cui gli abitanti si identificavano. Ne abbiamo qui selezionate sette, ma nella Provincia di Forlì-Cesena ve ne sono decine nella campagna e sulla collina quieta e serena…

In origine il termine “pieve” identifica semplicemente  la comunità civile dei fedeli posta sotto l’autorità della Chiesa; si trattava, quindi, di anelli intermedi tra il Vescovado e le parrocchie; di norma poste fuori dalle mura urbiche, esse assolvevano a due compiti principali: qui si poteva ricevere il sacramento del Battesimo in quanto esse erano sempre dotate di un fonte battesimale; inoltre, vi si svolgevano i compiuti connessi alla raccolta delle decime, di esazione dei tributi (i c.d. diritti di banno) a favore della chiesa di Ravenna che già prima del Mille esercitava la propria giurisdizione dalle Marche fino all’Istria.
La piena funzione ecclesiale delle pievi (che compaiono solo a partire dal VI secolo)  è riscontrabile a partire dal VII secolo, trova  il suo pieno sviluppo nel IX secolo e si conclude nel XII secolo quando le pievi acquisiscono la prerogativa di semplici chiese del contado.

Queste costruzioni sono spesso edificate a fianco oppure al posto di edifici di culto pagani di cui ereditano frequentemente parte dell’architettura mediante la tecnica del reimpiego; spesso ricostruite e trasformate (in alcuni casi è davvero difficile rinvenirne la struttura architettonica originaria), esse ripercorrevano, in realtà un modello strutturale preciso, mutuato dall’architettura paleocristiana ravennate, di cui si può avere un magistrale esempio nel cosiddetto mausoleo di Galla Placidia a Ravenna; esteriormente esse si presentavano come edifici molto semplici, in mattone, con sette porte d’accesso, in tanti casi cancellate da rifacimenti moderni, e, infine, liturgicamente orientate, cioè con l’abside rivolta ad est; esse verranno, infine dotate di torre campanaria solo a partire dai secoli VIII e IX.


 
Non ne è noto l’anno di costruzione ma la prima attestazione storica risale al 942. La pieve odierna è il risultato di una serie di interventi che hanno stravolto l’originaria struttura, la cui fondamenta si trovano notevolmente interrate rispetto al piano di calpestìo attuale. Anticamente la pieve era sita in un’area caratterizzata dalla presenza delle acque del fiume Savio che garantivano la sussistenza e l’economia agricola della popolazione di questa zona.
Situato a Calisese, luogo mitico in cui, secondo la tradizione avrebbe sostato Giulio Cesare nel 49 a.C.. La pieve sorge isolata; databile tra il VII e IX secolo, nella zona di confine tra l’Esarcato bizantino e la zona di competenza della Pentapoli. Forse sono ancora originarie l’abside poligonale e le bifore poste sul fronte anteriore e nelle arcate. Nel XVIII secolo la pieve fu oggetto di profondi lavori di rimaneggiamento che ne modificarono l’impianto ora a tre navate.
La presenza di questa pieve è documentata a partire dal 972, anche se della struttura antica resta ben poco; i lavori del XVIII secolo ne stravolsero l’aspetto, ora baroccheggiante; l’interno articolato in tre navate, presenta due file di sette colonne con capitelli in cotto. Tra i dipinti e gli affreschi all’interno sono da ricordare quelli dell’artista Michele Valbonesi da Ranchio, originario del territorio.
Si tratta certamente delle più interessanti tra le pievi della Provincia di Forlì-Cesena e oggetto recente di una serie di restauri che sono stati anche occasione per approfonditi studi. In questo caso si ha a che fare con uno dei più rilevanti esempi di tecnica del reimpiego: all’interno sono infatti stati riutilizzati pregevoli materiali sia del periodo in cui venne probabilmente retta la pieve che dei periodi precedenti. Il ciborio è di grande interesse per il repertorio iconografico da riferirsi al bestiario medievale. Una croce scolpita a bassorilievo su lastra marmorea ricorda l’arte dell’oreficeria di ascendenza longobarda.
Isolata rispetto al capoluogo Bertinoro, splendido borgo medievale, la pieve di San Donato ha perduto per sempre le antiche forme della primigenia chiesa del X secolo. I restauri del XX secolo l’hanno tuttavia riportata all’antico splendore,  con una facciata a capanna e un robusto campanile. Sul fianco destro c’è un’interessante collezione di stemmi di vari Comuni italiani che in omaggio alla chiesa dopo che Giosuè Carducci (a cui è dedicato un busto) le dedicò una famosa ode suggerendo che forse Dante Alighieri fosse passato proprio da qui a pregare.
Il toponimo della pieve fa riferimento all’antico acquedotto di origine romana che captava le acque del fiume Bidente (nei dintorni di Meldola) e le riversava verso la città di Ravenna, in cui scarseggiata l’acqua potabile. Lo stesso acquedotto, secondo la tradizione sarebbe successivamente stato risistemato per volontà del re goto Teodorico nel VI secolo. Alcuni pezzi dell’antico acquedotto furono riutilizzati nel corso del primo rifacimento dell’edificio riferibile al XIII secolo, cui ne seguì un secondo nel XVI secolo.
Proprio nel corso di quest’ultimo intervento vennero distrutti gli affreschi medievali, di cui restano alcune, labili tracce all’interno. Una curiosità: all’esterno, nella parte absidale si trovano una serie di mensole con volti umani, forse riferibili al XIII secolo.
Meglio conosciuta come Pievequinta, la pieve nacque con un’intitolazione da riferirsi al solo S.Pietro cui venne aggiunto anche il titolo di San Paolo. Il campanile a pianta circolare caratterizzato da monofore e bifore è di stile bizantino- ravennate, così come l’antica chiesa venendo a trovarsi nella zona di confine tra la giurisdizione forlivese e quella ravennate.
La chiesa odierna, tuttavia, contrasta fortemente con lo stile del campanile avendo subito una serie di interventi di rifacimento tra il XV e il XVIII secolo, cui deve il volto odierno.
All’interno si può apprezzare il piccolo altarolo, posto sotto l’attuale altare ricavato da un antico altare pagano e riutilizzato come fonte battesimale cristiano riscolpito. Inoltre, nella parte battesimale, in alto, sei teste di marmo scolpite a bassorilievo che rappresentano Santi e Apostoli.
La pieve di San Martino in Barisano è antica pieve che sorge a Barisano, a 8 km da  Forlì. Le più antiche attestazioni della pieve provengo da due documenti anteriori all'anno Mille, sebbene sia ipotizzabile che la pieve sia stata fondata in epoca ben anteriore a questa data e probabilmente durante il VI-VII
La pieve di Barisano presenta caratteristiche peculiari: è a navata unica, e ciò la rende estremamente rara anche in considerazione del fatto che le altre pievi ravennati del territorio e vicine a quella , sono tutte a tre navate. La chiesa attuale, di piccole dimensioni e dalle linee semplici, in origine era in realtà ben più imponente. La struttura da una sola navata confermerebbe come la chiesa sia stata costruita su un edificio preesistente, ricalcandone il perimetro, conducendo all'edificazione di una chiesa ad unica navata.
La pieve è stata oggetto, a partire dagli anni ottanta, di profondi lavori di restauro che hanno modificato la facciata della chiesa, riportandola alle linee che doveva possedere originariamente, e permettendo di scoprire antichi affreschi e la cripta nascosta. La cripta è posta sotto l'altare maggiore e si ritiene sia stata costruita nell'XI secolo. La datazione degli affreschi risulta più ardua a causa della condizione dei reperti pittorici. Probabilmente anche essi databili all'anno Mille quando la chiesa fu radicalmente modificata: con la costruzione della cripta si provvide anche alla preparazione degli affreschi che probabilmente ricoprivano tutto l'interno della chiesa. 
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